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Parole come virus
Sperling & Kupfer, Milano 1994
Un
viaggio esilarante fra gli stereotipi del linguaggio quotidiano.
«Consiglio la lettura di questo libretto di
Maurizio Garuti. Solo suggerisco di non leggerlo una pagina qui
e una là, scambiandolo per un ricettacolo di freddure, ma
di leggerlo tutto di seguito come si addice a una rappresentazione
aspra e pungente dei malanni della nostra cultura colti attraverso
l’analisi delle parole che più comunemente usiamo.
Analisi che ne studia (immediatamente) il significato, ma semmai
ad esso arriva attraverso l’osservazione delle loro caratteristiche
foniche, la composizione vocalico-consonantica, le filiazioni dovute
a rapporti di assonanza o a determinazioni di serie storiche...
Gli esempi si susseguono e ognuno presenta una trovata sorprendente,
un giro di osservazioni inedito. Le parole vengono indagate ora
con l’accanimento del tecnico della lingua che non tollera
compromessi nell’applicazione della scienza (della scienza
di cui è devoto); ora con il candore dell’ingenuo per
il quale non esistono regole cui attenersi; ora con la malizia del
furbo che ne sa sempre una più del diavolo. Garuti è
ognuno di queste tre persone: di queste tuttavia amiamo di più
quella che più si avvicina al modello demenzial-deduttivo
di Achille Campanile».
Angelo Guglielmi,
“L’Espresso”, 1 luglio 1994
«Il titolo sembra serio e intimidisce; il
testo, invece, è liberissimo, intelligente e fa anche divertire.
Diverte davvero, procedendo pagina per pagina. Non fa sbellicare,
non si fa leggere nella fretta orgasmatica con cui si leggono o
librettii troppo fortunati dei comici attuali (letti e buttati);
ma fa sorridere a fondo, muovendo l’attenzione e le idee;
strusciando den,tro la testa e producendo una fibrillazione continua.
Perché l’autore è riuscito a ad attaccare parola
a parola, procedendo nella scrittura; in modo che il libretto così
costante e affatto pigro sembra come un treno verbale illuminato
dalla buona grazia, e in un movimento veloce, tanto da dare realmente
la sensazione di un viaggio; voglio dire di essere partiti con curiosità
e di dover arrivare alla fine caldi di buoni umori. La pagina di
Garuti è di grana forte, anche se sembra così leggera;
fuori dal recinto linguisticamente peccaminoso di troppi testi di
divertimento attuali. Non si consuma nella prepotenza
o nella supponenza sopra le tavole della scrittura. Semmai, Garuti
è sulla strada di Bergonzoni, con una attitudine meno drammaticamente
convulsa sulle parole e, per conto suo, con una leggerezza appena
stravolta, ma costantemente stravolta, da un’ironia che dà
al suo testo una levigatezza luccicante. Tutte le sue pagine stanno
dentro l’ordine della ragiona; ne sollecitano anche i guizzi
e non si perdono nel caos evidente del mondo, che ci sovrasta. Entrano
invece, o tentano invece di entrare nel disordine del linguaggio
per riagganciarsi al poco ordine residuo, che può forse salvare».
Roberto Roversi,
“l’Unità”, 4 luglio 1994
Fantasmi di pianura
Diabasis, Reggio Emilia, 2001
Romanzo
Un
affermato professionista bolognese, al termine della carriera, si
accinge a realizzare il sogno della sua vita. Acquista la vecchia
casa di campagna doc'è nato e ricostruisce – con lo
scrupolo dello scenografo di un film d'epoca – l'ambiente
in cui cinquant'anni prima ha vissuto la sua infanzia. In questo
jurassic park della memoria il protagonista si trasferisce con la
giovane moglie e il figlio diciottenne. Per completare il senso
del ritorno, pensa di riunire – per una sera – tutti
i nuclei in cui si è divisa l'antica famiglia patriarcale.
Organizza un banchetto e invita i fratelli, le loro mogli, i loro
figli e nipoti. Al convegno prenderanno parte anche i rami recisi
del vecchio albero contadino, i "fantasmi" che la febbre
nostalgica del protagonista ha come evocato dal passato. Ma lo scontro,
fra nuovi egoismi e vecchi rancori, sarà drammatico.
«Sempre più spesso si trovano buoni
libri di narrativa, di autori nuovi o collaudati, presso editori
non famosissimi. Forse il setaccio delle grandi case editrici funziona
male; oppure, ipotesi più probabile, i “posti”
a disposizione sono così pochi che gli autori fuori del giro
devono arrangiarsi. Si è arrangiato molto bene Maurizio Garuti
stampando il suo primo romanzo (Garuti è già noto
come autore teatrale e comico-satirico) presso Diabasis, un editore
che cura moltissimo il contenitore insieme al contenuto...
Una casa di campagna è al centro del romanzo: la casa che
il sessantenne Stefano Livraghi, ricco e stimato professionista
bolognese, decide di acquistare per farne la sua residenza dopo
essersi autopensionato. Ma il progetto di Stefano non si limita
a un semplice trasferimento in campagna sulla spinta dell’orgoglio
di tornare in possesso della casa che appartenne ai Livraghi. La
sua nostalgia per gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza
è diventata una vera e propria fredda ossessione...
L’esperienza di autore teatrale (vincitore di un Premio Riccione)
consente a Maurizio Garuti di muovere senza mai strafare gli attori
della sua storia. Tutto suona lecito, anche la contrazione del tempo,
anche la ripresa dei fili abbandonati da anni, a cominciare da amori
e rancori. Commedie e drammi si riaccendono, si rinnovano, e quello
che avrebbe dovuto essere un paradiso terrestre ricostruito si trasforma,
non appena Stefano molla le redini del copione in un normalissimo
collage di comportamenti umani...»
Giuseppe Pederiali,
“Italia Oggi”, 20 ottobre 2001
«Non c’è la magia del tempo ritrovato, come nei
film di Pupi Avati... E dire che Maurizio Garuti sa come affascinare
il lettore, almeno in avvio del romanzo, il suo primo, “Fantasmi
di pianura”, atmosfere emiliane, agresti, fatate. La truovaille
non è nuova di zecca, eppure è sempre seducente. Un
dentista sessantenne lascia la professione, obbedendo a un irresistibile
richiamo: riappropriarsi (spenderà una fortuna) della dimora
avita, restaurandola in ogni anfratto, umore, odore. “Doveva
tornare tutto come una volta. La polvere, il fango, il caldo, l’umido,
il secco. Con fedeltà puntigliosa, accanita”. E così
sarà...
Quale sarà il “prezzo dell’Arcadia”, l’Arcadia
mesa in scena da Maurizio Garuti (con “La casa dei ferrovieri”
ha vinto il premio IDI per la migliore commedia dell’anno)?
Lo stesso “apprendista stregone” ammette che, “a
forza di evocare un mondo perduto, aveva finito per ridare a esso
il soffio vitale; ma ora non riusciva a tenerne le briglie, rischiava
che tutto gli sfuggisse di mano. Era tutto così incerto,
imprevedibile, fuori dal copione”.
I paesaggi immacolati – interiori ed esteriori – appartengono
all’età innocente, l’infanzia, l’infanzia
d’antan, nessun demiurgo saprebbe ricomporli. Gli adulti convocati
da Garuti (e con loro i bambini che si specchiano negli adulti)
sono personaggi in cerca di amanti, di denaro, di potere, di griffe...»
Bruno Quaranta,
“Tuttolibri” (La Stampa), 22 settembre 2001
«Garuti intreccia con sapienza i fili del
dramma e regala la giusta sospensione delle atmosfere, ma è
soprattutto la scrittura, nitidissima, capace di dar conto di ogni
particolare e di insinuarsi in ogni piega del paesaggio (come certe
descrizioni iperrealiste del miglior Calvino, come la tela di Mattioli
in copertina, come le ossessioni filologiche del protagonista) a
fare di “Fantasmi di pianura un libro speciale. Un libro che
ha spesso la perentorietà della sceneggiatura e le movenze
del teatro, ma che può anche essere letto come una minuziosa
enciclopedia rurale, come un breviario della nostra storia emiliana
negli ultimi cent’anni – storia di enormi famiglie di
mezzadri, di povertà e consumi, di speranze rovesciate. Perché
Garuti è un vero ritrattista, un satirico capace di disegnare
in pochi tratti i “tipi” e il loro microcosmo sociale...»
Matteo Marchesini,
“Zero in condotta”, 12 ottobre 2001
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