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Vito e le donne
Diabasis, Reggio Emilia, 2003
Raccoglie
monologhi e racconti messi in scena da Vito in La
pianura delle donne e il Plei boi della
Bassa.
I testi comici si alternano a testimonianze autentiche
di vita vissuta.
La casa dei ferrovieri
dramma pubblicato sulla rivista "Ridotto",
ottobre 1982
Premio Riccione 1982
Premio IDI 1983
Messa in scena del Teatro Nuova Edizione per la regia di Luigi Gozzi
«La
ricchezza del testo nasce da un paradosso culturale, presente anche
nella produzione precedente di Garuti, ma qui più dolorosamente
scoperto. Sorta ai bordi dello sperimentalismo linguistico, della
mimesi del non sense e della babele verbalistica d’un universo
disanimato, in una strategia quindi intransitiva che finalizza la
lingua e non l’oggetto rappresentato, la drammaturgia di Garuti
ritrova viceversa un senso, un rapporto col mondo per pudiche vie
indirette. Qui, ad esempio, il plot, nonostante le accelerazioni,
le pause, le retroversioni, le ripetizioni, nonostante il suo costituirsi
quale alfabetiere seriale dei sintagmi lessicali (dal monologo all’interiezioni,
dalla battuta frantumata e interrotta alla duplicazione e vanificazione
nella risposta, ecc.) presenta tuttavia una situazione che coinvolge
inevitabilmente i referenti sociali cui allude, in un intrico tematico
di forte investimento emotivo: la morte della famiglia...»
Paolo Puppa,
“Ridotto”, gennaio-febbraio 1983
«Non leggevo da tempo un testo teatrale (né
lo vedevo, leggendolo) così compatto nella struttura e così
preciso nel linguaggio come La casa dei ferrovieri di Maurizio Garuti.
E poi, come terzo dato portante a confermare la mia impressione,
ci aggiungerei il “ritmo” che muove questo congegno
argomentato senza una sbavatura e organizzato su una progressione
di dati narrativi di assoluta drammaticità – pur sotto
la forma di una estrema semplicità di impianto e di propositi
conclusivi. Semplicità o, meglio, essenzialità».
Roberto Roversi,
“l’Unità”, 6 gennaio 1984
«Il titolo annuncia memorie montaliane, e
invece siamo subito nelle lontane, brumose, sospese atmosfere di
Harold Pinter. Mi pare che sia il testo talvolta a citarlo e non
mi pare si possa dire inconsapevolmente.
Pinter, dunque, senza dubbio. Ma non è un richiamo alla limitazione.
Lo sarebbe se si trattasse di una volgare e banale citazione; invece
il testo di Garuti ha, nella imitazione alta, una sua autonoma ricerca
di linguaggio. L’approdo alla sensazione di assenza, al malessere,
è ottenuto attraverso una struttura drammatica circolare,
ripetitiva, molto sorvegliata, e da una letteratura che cerca di
far ricorso a molti mezzi: il linguaggio comune è come preso
in vitro, esaminato nelle sue formule ricorrenti, nei suoi tentativi
di ritmo, il linguaggio comune si fa specchio della normalità
dei rapporti familiari...»
Tommaso Chiaretti,
“la Repubblica”, 10 gennaio 1884
«Garuti la sua anglosassone terra desolata
la esplora nella lingua da pianeta spento che va da Beckett a Pinter,
molto interessato come si mostra nei confronti della crisi, dell’impotenza,
dell’angoscia della tragicommedia dell’uomo contemporaneo.
Nella “Casa dei ferrovieri” è avvertibile il
lascito pinteriano non solo nei risvolti di alcuni personaggi, ma
anche nella struttura compositiva binaria o ternaria, e nell’alternanza
ben distinta di pause silenzi, tutti specificati in partitura. Va
detto comunque che la commedia di Garuti si stacca dai modelli in
un originale esercizio anatomico sulla solitudine e sul cosiddetto
assurdo quotidiano o urbano: l’autore parla dell’ambiguo
presente, degli inganni della memoria, dell’impossibilità
di una memoria collettiva, con il perpetuum mobile di un linguaggio
che fatica a coprire una nudità, un’inermità;
e stacca le scene in una scansione laconica, riflessiva, amara».
Sergio Colomba,
“il Resto del Carlino”, 9 gennaio 1984
«Uno scrittore francese che amo molto, Jacques Chardonne,
ebbe a scrivere che “quando uno scrittore ha stile, quello
che racconta non ha la minima importanza”. Forse esagerava,
d’accordo, ma non si poteva dire, e sia pure indirettamente,
meglio per esprimere una consimile verità: l’essenziale,
in arte, in ogni tipo di arte, è il ritmo, quel ritmo che
è il suo respiro profondo.
Ed è proprio il ritmo che mi ha colpita in questo testo di
Maurizio Garuti, “La casa dei ferrovieri”. Un ritmo
sapientissimo, così sapiente da dare talvolta l’impressione
di un casuale susseguirsi di piccoli eventi che non perderebbero
molto ad essere invertiti nella loro successione, ad esempio, o
a venire qua e là sfrondati. Tutto è invece essenziale,
ogni particolare è previsto e studiato. Ed è proprio
nel teatro (e nella poesia) del nostro secolo, il secolo delle massime
libertà e del massimo caos estetico, che un autore tocca
dolorosamente con mano quanto lavoro ci voglia per cancellare le
tracce del lavoro, quanto rigore ci voglia per simulare la leggerezza
dell’angelo.
Con questo tipo di alienazione che i personaggi di Garuti esprimono
e che gli attori hanno ottimamente reso (un plauso particolare a
Marinella Manicardi) siamo ad una tappa molto avanzata del pirandellismo.
Di dualità di maschere non è più il caso di
parlare, ormai, tanto più avendo alle spalle due presenze
alle quali certamente Garuti deve molto: Pinter e Beckett. Non è
più la società che ci causa la crisi d’identità,
ma è qualcosa di molto più impegnativo, di assoluto:
un “buco nero” senza possibile connotazione, una jamesiana
“tigre della jungla”, la tragedia del vuoto che, senza
processarci e senza giustificarci, ci condiziona e ci risucchia.
Tanto da farci meditare ancora una volta su uno dei paradossi del
nostro tempo e del nostro teatro: che proprio i più “laici”,
oggi, sentono un tipo d’angoscia che in altri tempi si sarebbe
chiamata “trascendenza”».
Maria Luisa Spaziani,
1984
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